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Basilica di San Domenico

By 12/06/2021Giugno 22nd, 2021No Comments

La Basilica di San Domenico in Bologna porta come poche altre chiese i segni e le tracce della vita e delle opere non solo del Santo cui è dedicata, ma anche dell’Ordine da lui fondato, della sua storia e dei suoi Santi. Gli episodi della vita del Santo e dei suoi seguaci sono la chiave di lettura della grande basilica che vediamo nelle forme sobrie realizzate fra il 1727 e il 1732 da Carlo Francesco Dotti, il quale ha reso coerenti in eleganza settecentesca quanto nei secoli si era aggiunto e modificato dando luogo a discontinuità.

Le sue forme, dall’esterno all’interno, ci portano attraverso i secoli dalla solennità del romanico, all’umanità del gotico, alla luce del barocco, mentre dai soggetti di sculture e dipinti conosciamo la storia del fondatore san Domenico, il carisma di studio e di cultura dell’ordine, i suoi frutti nei santi che hanno dato gloria a Dio con la loro vita, sempre traducendo nel loro quotidiano la fedeltà alla Verità, che compariva negli antichi emblemi dei domenicani, e lo slancio evangelizzatore, attento alle necessità degli uomini.

L’opera di san Domenico è fortemente influenzata dalla situazione di Chiesa che il Santo trovò, Chiesa per molti versi simile a quella per cui san Francesco aveva tutto abbandonato per seguire integralmente Gesù, facilmente imputabile di corruzione, lontana dalla gente, che rimaneva perciò incapace di fronteggiare e respingere le seduzioni di movimenti che nascevano per purificare la vita cristiana e finivano per abbracciare errori dottrinali ed eresie, come fu per gli Albigesi (dal nome della città Albi nella Francia meridionale) o Catari (i Puri, alludendo ai buoni costumi che volevano praticare). Non si trattava della negazione di questa o quella verità rivelata, come gli antichi eretici, ma di una visione mitica che, ispirandosi ad alcune narrazioni bibliche, proponeva un sistema dottrinale totalmente diverso da quello cristiano, finendo però in una specie di manicheismo e nella negazione della positività sostanziale del corpo umano e soprattutto dell’umanità di Gesù stesso.
Per poter comprendere e spiegare la basilica, al di là dei pregi “tecnici” dell’arte, è necessario cogliere quanto ogni elemento, dal più imponente al più piccolo, parli di ciò, e conoscere almeno sommariamente la storia del Santo, i suoi tempi e la nascita dell’Ordine e le sue peculiarità, che ne fanno per altro una grande forza attiva nel mondo del pensiero e nella Chiesa.

Vita del Santo
Al bambino, figlio di Felice di Guzman e di Giovanna d’Aza, nato a Calaruega in Spagna, fu imposto il nome di un santo abate, Domenico (1000 circa – 1073), che aveva fatto risplendere di cultura e carità l’antico monastero di San Sebastián de Silos, del VII secolo, monastero situato a pochi chilometri a nord di Calareuga. A 14 anni Domenico fu a Palencia per la sua istruzione, ed ebbe occasione di conoscere le povertà e sofferenze causate da guerre e carestie, e vendette i suoi preziosi libri, per darne il ricavato ai poveri: nacque qui in lui l’amore per la povertà.
A 24 anni entrò fra i canonici della cattedrale di Osma, città della Castiglia. Ordinato sacerdote, col suo vescovo Diego fu inviato in una missione diplomatica in Danimarca. I due viaggi che seguirono furono fondamentali, una immersione totale nel mondo, che gliene rivelò insieme la miseria materiale e l’inadeguatezza culturale. Attraversò la Francia meridionale, dove si stava diffondendo l’eresia catara che, pur predicando una vita austera e pura, mescolava a buoni propositi teorie eretiche che comprendevano il disprezzo del corpo, e avversavano la croce e la natura umana di Gesù. Nei viaggi, insieme al vescovo Diego, nelle terre in cui l’eresia era diffusa, Domenico maturò con il vescovo Diego l’esigenza di una azione volta a riconvertire e soprattutto evangelizzare nel profondo quanti si stavano facendo eretici, mentre d’altro canto un sopito paganesimo si andava diffondendo.
Radunò intorno a sé predicatori che, seguendo una forma di vita comune, fossero poveri e mendicanti così da essere convincenti più con la vita che con le parole, e che per altro avessero parole sapienti, fondate e persuasive. Erano necessari nuovi “predicatori” adeguatamente formati che sapessero parlare al popolo.

Dato che molte giovani donne erano state persuase dalla vita dei Catari, Domenico iniziò la sua azione proprio da loro e, riconvertitene molte, fondò a Prouille, nella regione Linguadoca (capitale Tolosa), nel sud della Francia, una comunità femminile di donne che avevano abbandonato il catarismo (questa comunità di religiose domenicane esiste ancora oggi), comunità che avrebbe affiancato e sostenuto con la preghiera la predicazione.

In occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215 Domenico avanzò la proposta a Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione. Il papa approvò verbalmente la regola, ma suggerì che il nuovo ordine scegliesse una regola esistente, dato che il Concilio Lateranese proibiva la formazione di nuove “religioni”, cioè regole. Rientrato a Tolosa (dove secondo Alano de la Roche ebbe la visione della Vergine Maria che gli donava il Rosario come arma non violenta e contemplativa contro le eresie), nel luglio del 1216 Domenico ottenne dal vescovo Folco la chiesa di S. Romano e per i suoi seguaci scelse la regola di S. Agostino.
Morto Innocenzo IV, Domenico tornò a Roma ed espose le sue iniziative al nuovo papa Onorio III (eletto pontefice il 18 luglio 1216, succedendo a papa Innocenzo). Questi accolse con favore Domenico, lodò l’opera sua e dei suoi frati. In una bolla del 7 febbraio 1217, fa riferimento alla nuova realtà dei frati di Domenico, qualificando la loro attività e la loro vita comune come religio. E’ questo il primo riferimento all’esistenza di un nuovo Ordine religioso, che nasceva così de facto e, in nuce, anche de jure. Nella primavera del 1217 Domenico tornava così nella comunità di Ssn Romano a Tolosa (di circa venti frati) con un nuovo spirito, e diede compimento alla sua grande intuizione per cui inviò ovunque i suoi frati: azione audace che diede molti frutti.

I Domenicani a Bologna
Tra il maggio del 1218 e il luglio del 1219 san Domenico viaggiò tra l’Italia, la Francia del Sud e la Spagna, raccolse molti membri dell’Ordine e fondò conventi. La prima presenza di san Domenico a Bologna si trova nella chiesa detta Santa Maria della Purificazione o della Presentazione e di San Domenico, e anche, successivamente, della Mascarella, che, distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, oggi vediamo nelle forme che dobbiamo all’arch. Stefano Balzarro (l’odonimo Mascarella è di origine incerta e successivo alla presenza domenicana).
La fondazione di questa chiesa è assai antica, e ci ricollega al mondo bolognese dei pellegrinaggi. Infatti la si ritiene fondata dai Canonici di Roncisvalle, che avevano rivitalizzato nel 1131 l’antico hospitale del passo di Roncisvalle, forse fin dalla fine del sec. XII: i canonici si dedicarono all’accoglienza e all’assistenza dei pellegrini, aprendo poi ospizi per pellegrini laddove questi passavano (e per questo rimandiamo a quanto detto in proposito nella scheda sulla Basilica di San Giacomo maggiore).
In questa chiesa si trova ancora oggi la tavola su cui è dipinto il “Miracolo dei pani”, che è la più antica immagine relativa al Santo, senza per altro esserne un ritratto: infatti più che l’intento di fare un ritratto del Santo, come viene descritto dai contemporanei, appare evidente quello di celebrare la presenza dei Domenicani. Anche il numero dei confratelli, che è enfatizzato: la tavola su cui fu realizzato il dipinto è databile entro il quarto decennio del secolo XIII, e tradizione vuole che sia la stessa attorno alla quale sedevano i domenicani. Il “Miracolo dei pani” è quello per cui, non essendoci cibo per i frati, san Domenico li fece serenamente sedere tavola, ed ecco giungere angeli con grandi recipienti di pani che distribuirono ai commensali. Questo fatto è riferito, nelle memorie domenicane, non solo a questo luogo, ma anche al convento di San Sisto II a Roma, e se ne trovano rappresentazioni in molti conventi.
Quanto al ritratto di san Domenico, il primo ritratto “ufficiale” è quello tradizionalmente attribuito a Vitale da Bologna, oggi considerato di Anonimo Bolognese del sec.XIV, conservato nel capitolo dei frati, opera nella quale è evidente il riscontro con le descrizioni dei testimoni.
Il 26 aprile 1218 Domenico passò da Bologna nell’andare in Spagna e, colpito dalla vivacità dello Studium, decise di far stabilire alcuni suoi frati in questa città, fra i quali il beato Reginaldo d’Orlèans, col titolo di priore. La predicazione di Reginaldo attirò, fra gli altri, la giovane nobile bolognese Diana degli Andalò, che fece di tutto per entrare nell’Ordine e si adoperò perché suo nonno Pietro di Lovello Carbonesi, che aveva il patronato della chiesa di San Nicolò delle Vigne (era nella zona dei vigneti della zona limitrofa al monastero di San Procolo) la donasse ai frati domenicani affinché potessero costruirvi un convento. (Nel 1223 Diana d’Andalò, dopo aver fatto la sua professione nelle mani di Domenico, fondò con Giordano di Sassonia a Bologna il monastero di Sant’Agnese, il quarto dell’ordine). Stabilitisi i frati in San Nicolò delle Vigne, acquistati i vasti terreni adiacenti, i domenicani iniziarono la costruzione del loro convento.

Nel 1219 papa Onorio III affidò a san Domenico la riforma del monastero di san Sisto II a Roma, dove Domenico fece giungere otto monache da Prouille. Alla fine del 1219 san Domenico tornò a Bologna e vi trovò una fiorente comunità. Fu nel 1220 che probabilmente, presso la Curia Romana, san Domenico conobbe san Francesco.

Nel 1220 Domenico tenne a Bologna il primo Capitolo Generale (nel quale si stabilì la Costituzione Generale dell’Ordine) e tornò poi Bologna nel 1221, dopo essere stato a Roma per terminare la riforma delle monache. Il 30 maggio 1221, festa di Pentecoste, Domenico era a Bologna per il secondo Capitolo Generale, quando, sfinito dalle fatiche, fu ricoverato nella cella del confratello fra’ Moneta, non avendone una sua personale: qui rifiutò il letto e volle riposare solo su un pagliericcio. Spirò il 6 agosto e le esequie furono celebrate dal Card. Legato Ugolino: la salma fu deposta nel coro monastico dietro l’altare di San Nicolò, come egli aveva desiderato, «sotto i piedi dei suoi frati».
La salma fu esumata e trasferita in un sarcofago di marmo dal beato Giordano di Sassonia il 24 maggio 1233. Domenico fu canonizzato da papa Gregorio IX il 3 luglio del 1234, e nella bolla di canonizzazione la sua festa fu fissata al 5 agosto, vigilia del suo trapasso.
La grande chiesa a lui dedicata fu elevata alla dignità di basilica minore da papa Leone XIII nel 1884.

Il Sagrato della basilica
Guardando oggi la facciata della grande chiesa si vede il portale sovrastato da un lunetta con un mosaico, abbastanza recente, e un grande rosone con dodici colonnette.
Il numero delle colonnette è allusivo al numero degli apostoli: il rosone, quali che ne siamo le dimensioni, e soprattutto quando presenta una raggera di colonne, che possono esser 12 come gli apostoli, 24 come i vegliardi dell’Apocalisse, è immagine di un percorso ideale dal centro, Cristo, al mondo cui portare l’annuncio salvifico, e viceversa dal mondo al centro, col ritorno delle anime a Dio.
Nel Seicento era stato addossato un portico al convento, e nel Settecento il Dotti realizzò anche il portico in facciata, coprendo il protiro quattrocentesco. Fu anche aperto un finestrone rettangolare e tolto il rosone. L’intero portico fu abbattuto nel 1874, insieme al protiro stesso. La facciata fu in seguito restaurata nel 1909 -10 a cura Alfonso Rubbiani, che eliminò il grande finestrone rettangolare, ribassò la navata centrale, e restaurò appunto il rosone.
Nel grande sagrato acciottolato, intorno alla chiesa, dove tante volte i fedeli si erano radunati per udire la predicazione dei frati, si trovano due colonne in laterizio, l’una, quasi al centro con san Domenico benedicente, del 1623, l’altra, in corrispondenza con la Cappella del Rosario, con la Madonna del Rosario, del 1632, legata alla peste del 1630, opera di Giulio Cesare Conventi.
Sul sagrato si trovano inoltre due importanti tombe, che attestano il legame fra lo Studium e i Domenicani. L’una, addossata ad una casa d’angolo, è la tomba di Egidio Foscherari, morto nel 1289, l’altra, a fianco della chiesa, è la tomba, realizzata da Giovanni da Viviano e Pietro di Corrado, di Rolandino de’ Passeggeri. La tomba di Egidio Foscherari si caratterizza per un rilievo proveniente da un ciborio paleocristiano, con pavoni, simbolo dell’anima, che si cibano di un fiore a otto petali, figura eucaristica della resurrezione e della felicità paradisiaca; anche il sarcofago, con le due croci, è di sapore bizantino.

Gotica è invece l’arca di Rolandino de’ Passaggeri (Bologna, 1215 circa – Bologna, 1300), che è stato un giurista italiano. Caratterizzata dai calami dell’arte dei Notai cui Rolandino era iscritto, nell’arca si vede il dottore con i suoi allievi nei loro banchi, splendida immagine dello Studio bolognese. L’arca fu edificata tra il 1300 e il 1306, e si è conservata praticamente come all’origine. Particolarità eccezionale è che si tratta del primo monumento a presentare il giurista mentre tiene lezione agli allievi nei banchi, caratterizzati ciascuno da un diverso atteggiamento: questo tipo di rappresentazione del maestro diverrà comune in seguito.

E’ da sottolineare che queste sepolture monumentali, che oggi appaiono isolate, si trovavano invece in un contesto cimiteriale, insieme a quelle di altri docenti.
Sotto il rosone, nella lunetta a mosaico del protiro, del 1921, realizzata su disegno di Lucia Casalini Torelli (pittrice bolognese,1677-1762, il cui dipinto si trova ora nell’atrio del convento), è rappresentato san Domenico, protettore di Bologna, che si stende ai suoi piedi, e ha accanto un cane bianco e nero con la torcia in bocca. San Domenico regge un libro segno dello studio, sulla fronte una stella a otto punte, segno della sua elezione e della sua missione.

La navata
Nella controfacciata si trovano le quattro virtù cardinali, Prudenza, Fortezza a destra dei riguardanti, Temperanza e Giustizia a sinistra, opere di Giuseppe Mazza, del 1728, che ricordano a chi esce la necessità di esercitare queste virtù per essere missionari come san Domenico, e sono un omaggio a papa Benedetto XIII (domenicano, 1724-1730).

L’impianto planimetrico della chiesa, a tre navate divise da 9 arcate spaziate da ampie pareti con aperture architravate, è il risultato del rifacimento settecentesco operato dall’architetto Carlo Francesco Dotti (1670-1759), che fuse i due primitivi nuclei medievali della chiesa dei frati e della chieda dei fedeli in un unico organismo luminoso, con un ampio claristorio; nella fascia sottostante, che corre sulle pareti laterali che separano la navata centrale dalle navate laterali, si trovano dieci grandi quadri rappresentanti eventi (in verità non tutti autentici) avvenuti nella chiesa, opere, eseguite fra il 1730 e il 1740, da Giuseppe Pedretti (i primi due) e da Vittorio Bigari (gli altri).

La chiesa
Costruita in tempi successivi, è contrassegnata da una grande dimensione, da un grande coro dietro l’abside; era in origine distinta in chiesa dei frati e chiesa dei fedeli, e sul pontile che divideva le due parti era collocato il grande Crocifisso di Giunta Pisano.
Nel 1298 con l’ampliamento del presbiterio il gotico fece il suo ingresso nell’edificio.
Nel 1728-1732 Carlo Francesco Dotti conferì all’interno della chiesa l’aspetto barocco attuale.
Nel maggio del 1884 papa Leone XIII la elevò alla dignità di basilica minore.
La copertura della navata è una sequenza di volte a vela e a botte, su cui si eleva una grande cupola impostata all’incrocio del transetto, con la gloria di san Domenico.
La sequenza delle cappelle laterali è segnata dall’emergere di alcune grandi cappelle: a sinistra quella del Rosario, quadrilatera con abside semicircolare e struttura poligonale tardo-gotica all’esterno, e quella della famiglia Pepoli, con pianta a croce greca; a destra, la cappella di san Domenico, con l’Arca di san Domenico.
Le due cappelle del Rosario e di san Domenico, l’una di fronte all’altra, segnano il punto in cui si trovava il transetto, o tramezzo, dove pendeva il famoso Crocifisso monumentale (cm 336 x 285) di Giunta Pisano (1250-54), postovi nel 1251, che oggi si trova nella cappella dedicata a San Michele arcangelo.

Le cappelle sono dedicate quasi tutte a santi domenicani.
Entrando, la prima cappella a destra è dedicata alla santa domenicana Rosa da Lima: sull’altare si trova una bella immagine della Santa opera di Cesare Gennari (1637-1688), in cui si vede santa Rosa in adorazione di Gesù Bambino.
Segue la cappella di San Vincenzo Ferrer, rappresentato in un dipinto di Donato Creti (1671-1749): San Vincenzo risuscita un fanciullo.

La terza cappella è dedicata a Sant’Antonino da Firenze : il dipinto di Pietro Facini (1562-1602) rappresenta “Il Signore e la Beata Vergine che appaiono a sant’Antonino e a san Francesco. Ai lati, altri due santi domenicani, la beata Stefana Quinzani (1457 –1530), e il beato Matteo Carreri (1420 – 1470).
Segue la cappella di Sant’Andrea apostolo, che è rappresentato da Antonio Rossi (1700-1753) nell’attesa del martirio. Ai lati, dello stesso autore, due beate bolognesi, della famiglia Lambertini, la Beata Imelda (1320 c. – 1333) domenicana , e la beata Giovanna, francescana.
La cappella successiva è quella, santuariale, della Madonna delle Febbri, una Madonna con Bambino rappresentata frontalmente, qui trasferita dalla chiesa della Madonna di Miramonte o delle Febbri, santuario sorto nel 1480, soppresso nel 1798. Il Figlio è sul cuore della Madre, nella tipologia bizantina della Madonna del Segno, che porta il Figlio sul cuore come segno di salvezza.

La sesta cappella, di San Domenico, viene trattata a parte.
La settima cappella della navata di destra è dedicata a San Pio V, il papa, domenicano, che dopo la Battaglia di Lepanto del 1571 diffuse l’uso del Rosario domenicano, rappresentato da Felice Torelli (1667-1748) davanti al Crocifisso.
Segue la appella dedicata a San Giacinto Odrowąż, (1185 – 1257) che conobbe a Bologna san Domenico nel 1221 ed entrò nell’Ordine, insieme al fratello Ceslao: è famoso per la sua devozione alla Vergine e per ave messo in salvo l’ostensorio con l’Ostia consacrata e una statua della Madonna fuggendo camminando sulle acque del fiume Nistro durante un’incursione dei Tatari nel suo convento. Qui vediamo invece la risurrezione di una giovane, di Antonio Muzzi (1815-1874)
La nona cappella è dedicata a Santa Caterina da Siena: qui si trova la Comunione mistica della Santa, che fu terziaria domenicana, di Francesco Brizzi (1546-1625), mentre sull’altare si trova la tavola de Le nozze mistiche di santa Caterina, opera di Filippino Lippi (1459-1504).
Nel transetto di destra si trova la cappella di San Tommaso d’Aquino, con la grande tela di San Tommaso in atto di scrivere l’ufficio del Santissimo Sacramento, opera di Gian Francesco Barbieri detto Guercino, del 1622. E’ probabilmente il punto di più alta arte pittorica della basilica.
La tela raffigura san Tommaso, dottore della Chiesa, circondato da angeli nell’atto di comporre il celebre inno “Pange Lingua”, cantato durante la festa del Corpus Domini, istituita nel 1264 da Urbano IV. Il Santo viene presentato giovane, con l’abito domenicano, mentre assiso, in conversazione con gli angeli, impugna lo stilo. Nella parte superiore il calice e l’eucarestia appaiono tra le nubi, i serafini e gli angeli, come visione ispiratrice del componimento.
E’ questo uno dei punti più forti della basilica, per l’imponenza artistica e per il contenuto stesso. La composizione del Pange lingua (e probabilmente di tutto l’Ufficio del Corpus Domini) porta san Tommaso e i Domenicani al cuore della Chiesa e dell’Incarnazione, affermando l’autorevolezza dottrinale di san Tommaso come erede, interprete ed estensore della sapienza di san Domenico.
Dalla cappella di san Tommaso d’Aquino si accede ad una cappellina, in cui si trova una Pietà, nella forma tipica della Vesperbild, tardogotica molto venerata.

Sagrestia
Sempre seguendo la memoria di san Domenico, ecco al centro della sagrestia due statue, la Madonna del Rosario e San Domenico, scolpite nel legno di un cipresso che era stato piantato da san Domenico stesso.
Si trova qui anche una Pietà di Sebastiano Sarti detto il Rodellone, del sec. XVIII.

Museo
Nel Museo, in particolare si segnalano la famosa Madonna del Velluto, di Lippo Dalmasio (1352-1410).
La Madonna del Velluto, ornata sotto il manto di velo serico che ricorda sottilmente l’arte della seta che fioriva a Bologna, velo che avvolge anche il Bambino la cui nudità è esaltazione dell’umanità di Cristo, tiene in braccio il Bambino che a sua volta regge una spiga che un cardellino sta beccando: l’immagine rappresenta l’anima, il cardellino, che si nutre del pane eucaristico che Gesù le porge. Il corallo al collo di Gesù è simbolo di resurrezione e immortalità, dato che si riteneva all’epoca che il corallo si rigenerasse da solo.
Si trovano qui anche i dipinti di San Francesco, San Domenico e la Carità, di Ludovico Carracci, e il busto in terracotta di San Domenico di Nicolò dell’Arca, con il libro in mano e la stella sulla fronte, che non ha intenti ritrattistici ma è di grande potenza.
Si trovano anche tre figure in terracotta, che forse facevano parte di un Compianto: sono la Madonna, Maria di Cleofa e Maria Maddalena, di Baccio da Montelupo del 1495.

L’altar maggiore è dedicato all’Adorazione dei Magi, rappresentata nella grande tela di Bartolomeo Cesi, fiancheggiata a sinistra del riguardante da san Nicola (che ricorda l’antica chiesa di San Nicolò della Vigne) e a destra da san Domenico, mentre nella predella dello stesso quadro si trova una rappresentazione del Miracolo dei pani opera di Vincenzo Spisanelli, spesso indicata come una Ultima Cena.

Coro
Alle spalle dell’altar maggiore, il coro è il luogo della meditazione dei frati. Il postergale degli stalli presenta sette scomparti di fra’ Damiano Zambelli (1528-1530): episodi della vita dei santi Cosma e Damiano (cartone del Serlio), miracolo di san Nicola di Bari, martirio di santo Stefano, miracolo di san Domenico (cartone del Serlio), la Maddalena ai piedi di Gesù (cartone del Vignola), martirio di santa Caterina (cartone del Serlio), scena evangelica (cartone del Bramantino).
Gli stalli del coro, realizzati dal 1541 al 1549, sono opera da fra Damiano Zambelli e da suo fratello Stefano da Bergamo, e furono terminati da fra Bernandino da Bologna.
Il coro conta 28 stalli superiori e 23 inferiori: negli stalli superiori, a destra l’Antico Testamento e a sinistra il Nuovo Testamento.

Nel transetto di sinistra, si trovano tre cappelle, quella di Santa Croce, di San Michel Arcangelo e del Sacro Cuore.
Nella cappella della Santa Croce, dove si trova un Cristo deposto di Pier Francesco Cavazza (1667-1733) si trova anche un Transito della Vergine di Vincenzo Spisanelli (1595–1662, allievo del Calvaert); e San bene d’Aquino inginocchiato davanti al Crocifisso con la Vergine e i santi Pietro e Paolo, di Giovanni Battista Bertusio, sec. XVII. La composizione è complessa e ricca: sotto all’Ostensorio col Santissimo portato da angeli, san Tommaso è inginocchiato davanti al Crocifisso, mentre la Vergine parla e argomento con i santi Pietro e Paolo. Alla base della scena, giovani angeli sembrano leggere con attenzione le opere di Tommaso. Sembrerebbe quasi una rappresentazione pittorica di quanto Cristo stesso disse a Tommaso: Bene scripsísti de me, Thoma!
In questa cappella si trova la sepoltura di Re Enzo, figlio di Federico II, opera di Giuseppe Mazza 1731.
Nella successiva cappella di San Michele Arcangelo si trova il famoso Crocifisso di Giunta Pisano e anche un affresco trecentesco di San Tommaso d’Aquino e San Benedetto: san Benedetto alla destra dei riguardanti si riconosce per il libro della regola a il pastorale, mentre Tommaso presenta insolitamente l’iconografia tipica dei fondatori, reggendo una chiesa in mano: con questo si afferma che, con le sue opere, ha fondato la Chiesa stessa.

Nella cappella del Sacro Cuore si trova oggi l’urna con le reliquie del beato Giacomo da Ulma, nato Giacomo Gresinger, domenicano famoso per la sua abilità di pittore, di cui purtroppo non ci restano che le vetrate della cappella dei Notai nella Basilica di Sn Petronio. Morto del 1491, fu proclamato beato da Leone XIII nel 1825. C’è qui anche un’immagine del beato Giacomo ,in un dipinto di Giacinto Bellini (1612-1660).

Nel “viaggio” nella basilica, si è giunti ora alla vera e propria navata di sinistra, che leggiamo dalla parte della Cappella Maggiore verso la controfacciata.
Nella cappella di San Ludovico Bertrando, si trovano il reliquiario della beata Diana degli Andalò. una tela di Alessandro Tiarini raffigurante San Domenico, e il Beato Geremia e una tela con Sant’Alberto Magno di Clemente Bevilacqua (+1754).

Nella cappella del Preziosissimo Sangue si trova una Annunciazione di Dionisio Calvaert (1553-1619), la Disputa di Santa Caterina Vergine e Martire, di Prospero Fontana; il San Michele Arcangelo di Giacomo Francia (1484-1557) e un San Martino di Porres, domenicano, di Renzo Magnanini /(1966).
Nella cappella del Beato Benedetto XI, domenicano, si trova Il Beato Benedetto XI portato in cielo, opera di Felice Torelli.
Dopo la cappella del Rosario, e il vestibolo dell’ingresso laterale, ecco la cappella di San Giuseppe, con Transito di San Giuseppe e Sant’Antonio Abate del Bertusio
Segue la cappella di San Pietro martire, dove vediamo San Pietro Martire inginocchiato, opera di Giuseppe Pedretti, e anche Santa Caterina de’ Ricci e Sant’Agnese da Montepulciano di Pietro Dardani, 1728-1808.
Segue la cappella è dedicata a San Raimondo di Peñafort che traversa il mare sul suo mantello, di Ludovico Carracci.
Ultima è la cappella del Beato Ceslao, fratello di san Giacinto Odrowąż, opera di Lucia Casalini Torelli.

I dipinti di Vittorio Maria Bigari (1692 – 1776) e di Giuseppe Carlo Pedretti ( 1697-1778) lungo la navata.
In dieci dipinti a tempera del Bigari e del Pedretti (2) sono rappresentati eventi verificatisi nella basilica (non tutti storicamente accertati), contrassegnati da una scritta che li identifica e li descrive:

1. LEO X FRANCISCO I GALLIARUM REGI/ S.DOMINICI CAPUT OSCULANDI PORRIGIT/ A. MDXV.
2. PIUS AD FF. HUIUS CONVENTUS/ ADLOCUTIO./ A. MCCCCLIX. (1459)
3. S.FRANCISCUS XAVERIUS/ PRIMO HIC SACRA FACIT/ A.MDXXXVII
4. CAROLUS IV IMP. HIC HOSPES PRIOREM/ COMPTUS EQUITEM ET …A CONSILIIS CREAT. /A.MCCCLXVIII.
5. SACRAM DOMINICAE CORONAE UNAM/BALTHASAR CARD. COSSA TEMPIO HUIC DD./ A.MCCCCVIII.
6. S. DOMINICI CAPUT PHILIP. CARD. CARAFFA/E SEPULCRO VENERANDUM PRODUCIT./ A.MCCCLXXXIII
7. BONON MAGISTRATUS B.IO.SCHIO/ URBIS STATUTA REFORMANDA TRADIT./ A.MCCXXIII.
8. INNOCENTIUS IV / TEMPLUM HOC CONSECRAT./ A.MCCLI
9. EQUITUM GAUDENTIUM HORDINEM/ B.BARTHOLOMEUS BRAGANTI INSTITUIT./ A.MCCLXI.
10. ANNIVERSARIAM CORP.DNI SUPPLICATIONEM/B.ALEXANDER MACCHIAVELLI PROMOVET./A.MCCCCXXXI

Il Capitolo
La biblioteca rinascimentale, che risale al 1466, strutturata a navate su colonne come una basilica, contiene preziosi manoscritti. Verso ovest è affiancata dal grande salone Bolognini, in cui è conservata la tela L’estasi di San Tommaso di Marcantonio Franceschini (1648-1729).