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Sant’Antonio a Bologna

By 14/06/2021Giugno 22nd, 2021No Comments

E’ difficile trovare chiesa in Europa senza una immagine di sant’Antonio, santo taumaturgo per eccellenza, soccorritore nella vita quotidiana, onorata da lumi e fiori.

Sant’Antonio è legato a Bologna per aver insegnato e predicato qui negli ultimi tempi della sua vita. Pochi anni in termini di tempo, ma fondamentali per la sua vita e per la città, perché legò fortemente il carisma di carità dell’Ordine al carisma culturale della città, caratterizzata dal suo glorioso Studium, e mette anche in primo piano la profondità teologica del pensiero del Santo, che con i suoi sermoni tracciò una tale eccellente sintesi della dottrina cristiana da essere annoverato nel 1946 fra i dottori della Chiesa Cattolica da papa Pio XII, che gli attribuì il titolo di doctor evangelicus per il continuo riferimento al Vangelo nella sua predicazione e nella scrittura dei suoi Sermoni.

La vita di sant’Antonio è stata per la maggior parte vissuta nel nascondimento. Nato probabilmente il 15 agosto 1195, fu sconosciuto fino al 1220, e morì universalmente amato e ricercato come impareggiabile taumaturgo il 13 giugno 1231, quindi a soli 36 anni.

Noto come sant’Antonio da Lisbona (perché da lì veniva), o meglio di Padova, perché quello fu il luogo da lui eletto a rifugio, colui che i padovani chiamano “sant’Antonio mio bello” fu battezzato Fernando, figlio di  Martins de Bulhões (Martino de’ Buglioni) e donna Maria Taveira. Cristianamente educato, entrò a diciannove anni nel monastero dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, e vi compì studi approfonditi: si trasferì poi a Coimbra, per attendere agli studi, e nel 1219 fu ordinato sacerdote. Nei pressi del monastero agostiniano a Coimbra si trovava la piccola chiesa di Sant’Antonio Abate con il convento di Santa Croce dei francescani. Già affascinato dalla loro vita austera, nel 1220 Fernando fu assolutamente colpito dal rientro solenne dei corpi dei cinque francescani martirizzati in Marocco. Chiese allora ed ottenne di lasciare i Canonici, e si fece francescano scegliendo il nome di Antonio, cioè del santo cui era dedicata la chiesetta dei francescani. Desideroso di farsi missionario, ottenne di partire per il Marocco: si ammalò, vi rimase un inverno, e nel viaggio di ritorno continui imprevisti lo portarono in Italia, dove partecipò nel 1221 al capitolo dei Francescani di Assisi, il famoso “capitolo delle stuoie” alla Porziuncola, 30 maggio 1221 (festa di Pentecoste) in cui incontrò san Francesco (E’ da notare che a quel Capitolo, cui furono presenti dai 3000 al 5000 frati, volle presenziare come uditore lo stesso san Domenico con sette suoi confratelli).

Il reggente dell’ordine Francescano in Romagna, Frate Graziano, chiese la sua presenza all’Eremo di Montepaolo, ricevuto dai frati minori probabilmente dai Benedettini di Dovadola, dove aveva bisogno di un sacerdote per la celebrazione della Messa. Qui rimase quindici mesi in meditazione, studio e umile lavoro, fino a quando, con i confratelli scese per una ordinazione nel 1222 a Forlì, dove era un convento francescano, di cui non resta traccia neppure nell’onomastica cittadina, per una ordinazione. Venuto a mancare l’oratore, fu interpellato Antonio, che, pur restio, accettò e la sua orazione risultò così profonda e persuasiva che lo rivelò grande conoscitore della Scrittura e facondo oratore. Da qui si rivelò così colto, eloquente e persuasivo, che gli venne affidato l’incarico di predicare e insegnare teologia. Frate Graziano lo disse a Frate Elia, e Frate Elia a san Francesco.

Da quel giorno Antonio venne inviato a predicare contro le eresie contro cui combattevano Domenico e Francesco, nel nord Italia e nel sud della Francia: nel 1123 ad Antonio venne proposto anche di insegnare teologia a Bologna.

Nei pressi del convento di San Paolo in Monte, all’Osservanza, esisteva una piccola cappella dedicata a San Paolo Eremita, dove egli pregò. Per insegnare teologia si fermò due anni a Bologna, dove fu il primo insegnante di teologia fra e per i frati minori. San Francesco stesso gli aveva scritto: “A frate Antonio, vescovo mio, frate Francesco salute in Cristo. Mi piace che tu legga sacra teologia ai frati purché in questo studio non estinguano lo spirito della santa orazione e devozione come sta scritto nella regola. Vale” (Fonti Francescane, 251-252). Una lapide riporta questa frase proprio sulla facciata del santuario di Sant’Antonio a Bologna.  Per questo così singolare soggiorno Bologna, dopo Padova dove il Santo morì e fu sepolto, insieme all’Eremo di Montepaolo è uno dei luoghi antoniani per eccellenza, anche per la presenza dello Studio Teologico, recentemente confluito, come quello domenicano, nella FTER.

I LUOGHI DI SANT’ANTONIO

L’eremo santuario di Montepaolo, nei pressi di Dovadola, Forlì, dopo varie vicende storiche, ha visto la ricostruzione della chiesa e soprattutto della Grotta del Santo all’inizio del Novecento e da allora i frati minori francescani ne sono stati ininterrottamente i custodi fino al 2016 quando hanno lasciato la zona, lasciando qui le Clarisse.

Sant’Antonio soggiornò all’Eremo di Montepaolo nel 1221, prima di essere “scoperto” e diventare famoso come Antonio da Forlì. Vi soggiornò una seconda volta per breve tempo nel 1228 quando, diventato Provinciale dell’Ordine, dovette compiere la visita canonica presso tutte le comunità della propria provincia. L’Eremo è cambiato moltissimo, per vari smottamenti e frane, ma conserva tuttavia vive ed edificanti memorie, in particolare quella della Grotta. Tutte queste opere risalgono comunque all’inizio del sec. XX.

L’altro grande centro antoniano è ovviamente a Padova, dove sorge la grande basilica “ad Corpus” dove è possibile passare la mano sulla pietra tombale della sepoltura del Santo.

Padova

Dal 1227 al 1230 Antonio fu superiore dei Francescani dell’Italia settentrionale, per cui visitò instancabilmente tutti i conventi. Ma la sua residenza era a Padova, dove sorge il suo santuario ad corpus, sorto cioè intorno alla sua sepoltura.

Qui si trova anche la parte superstite dell’antica piccola chiesa di Santa Maria Mater Domini, donata a s. Antonio nel 1229 dal vescovo di Padova, Iacopo, detta oggi nel grande santuario Cappella della Mora, con un bell’altare gotico con la maestosa statua della Vergine, opera del francese Rinaldino Puydarrieux (o di Guascogna, 1396). Alle pareti figurano vari affreschi risalenti ai secoli XIII e XIV.

Qui Antonio riposava dai suoi viaggi come responsabile dei francescani, qui scrisse i Sermoni domenicali e, nell’ultimo anno di vita, i Sermoni per le feste dei santi. E’ questa anche l’epoca dell’impegno per i poveri e della conciliazione delle parti sociali. Dopo tre anni di viaggi, in qualità di guida delle fraternità francescane (Ministro provinciale) del nord Italia malato di asma e di idropisia, chiese ed ottenne di ritirarsi nel convento annesso alla chiesa Santa Maria Mater Domini. Sfinito dalle prediche della Quaresima del 1231, accettò l’invito dell’amico conte Tiso e si ritirò a Camposampiero, a venti chilometri da Padova, dove, su di un noce, l’amico gli costruì una celletta pensile dove godeva del sollievo dell’aria aperta. In una delle sue ultime dolorose notti ebbe la visione di Gesù Bambino, che è entrata nella sua iconografia, visione di cui Tiso fu testimone occulto. Il 13 giugno, sentendosi mancare, chiese di essere riportato a Santa Maria Mater Domini, e il trasporto avvenne su un carro trainato da buoi (ogni anno qui c’è una rievocazione del percorso del Santo da Camposanpiero a Padova). Alla periferia di Padova le sue condizioni si aggravarono, e ci si fermò al convento dell’Arcella, nell’immediata periferia, dove era un ospitale dove morì (anche qui si conserva memoria della sua sosta). L’anno successivo, il 30 maggio 1232, Papa Gregorio IX, che lo aveva sentito predicare, lo proclamò Santo. La costruzione della basilica iniziò subito, e il modello fu quella di San Marco, e in essa si fondono stili diversi, romanico, bizantino, perché, dicono i padovani, Sant’Antonio è il santo di tutti.

I luoghi di sant’Antonio

E’ evidente che il primo “luogo” di sant’Antonio è Padova, dove la grande basilica accoglie le sue spoglie continuamente visitate da pellegrini.

L’Eremo di Montepaolo vicino a Dovadola, custodisce la memoria della grotta dove Antonio si ritirava a meditare e una sua reliquia da poco giunta da Padova. Il luogo, ben custodito e organizzato per visite spirituali, è però molto cambiato, a causa di vari smottamenti, dai tempi del Santo.

Bologna

Con la basilica santuario di Sant’Antonio di Padova, che pure non risale all’epoca del Santo, Bologna si colloca subito dopo Padova per la conoscenza della sua vita e delle sue opere. 

A questa dobbiamo aggiungere la Cappella di Sant’Antonio nella Basilica di San Petronio, e molte memorie nelle vie della città. Questi due luoghi sono, pur diversissimi, singolarmente omogenei nel loro apparato iconografico e per coerenza stilistica, e costituiscono memoria viva della devozione a sant’Antonio in Bologna.

I Francescani avevano diversi conventi in città, e fra questi per secoli quello della Santissima Annunziata a Porta San Mamolo (o D’Azeglio) tenuto dal 1475 dai Minori Osservanti: tolti ai religiosi i conventi dai governi napoleonici poi ancora di più con le confische sabaude. Nel 1866 a Bologna furono soppressi gli ordini religiosi e i conventi furono confiscati. Visti vani i tentativi di rientrare in possesso della chiesa e convento della Santissima Annunziata, i frati decisero di costruire in sostituzione di quello un nuovo convento e di intitolarlo a sant’Antonio, in memoria del suo soggiorno.

I frati scelsero una zona fra Porta Maggiore e Porta Santo Stefano: i lavori furono velocissimi, tra il 1898 e il 1899, quando il convento fu inaugurato il 3 maggio, usando come cappella uno dei suoi locali. La prima pietra della chiesa, progettata dall’ing. Carlo Barbieri di Modena (autore di numerose chiese in stile gotico nella provincia modenese, quali S. Cataldo, Maranello, Castelvetro, Zocca, Ciano), fu posta il 3 settembre 1903. Anche i lavori della chiesa furono velocissimi, e il 17 ottobre 1904 la nuova chiesa poté essere consacrata dal vescovo francescano mons. Luigi Canali. Una data inserita nel pavimento antistante il portale della chiesa ricorda l’evento.

Realizzata in stile neogotico, in laterizio all’esterno, la chiesa, a tre navate, è completamente dipinta all’interno, con una caratteristica decorazione a fasce bianche e nere: ai dipinti collaborarono diversi padri francescani, come padre Eusebio Gelati, cui si devono gli stalli del coro e i dipinti delle absidiole delle navatelle.  Altri pittori sono stati: Rufo Reffi, Giacomo Gemmi, Augusto Centofanti, Pietro Pietroni, Anton Maria Nardi.

La cappella maggiore è dedicata a sant’Antonio, quella dell’absidiola di destra a san Francesco e quella di sinistra all’Immacolata. I dipinti delle cappelle sono assai interessanti. Nella cappella di san Francesco troviamo le storie della sua vita (citiamo l’approvazione della Regola e la stigmatizzazione) e in quella dell’Immacolata si trova l’Istituzione dell’Eucaristia. Queste cappelle furono affrescate da Giacomo Gemmi e dai padri Centofanti e Eusebio Gelati.

Le cappelle laterali sono, partendo dall’ingresso, nella navata di destra, dedicate a santa Elisabetta d’Ungheria, alla Madonna della Libertà (un piccolo prezioso dipinto di Cristoforo da Bologna del 1390, già nell’omonima chiesa sulle mura, e patrona dei Panificatori bolognesi); le cappelle laterali di sinistra sono dedicate al Santissimo Crocifisso e a san Giuseppe. Le cappelle sono inframezzate dei confessionali.

I dipinti della cappella centrale rappresentano, a sinistra di chi guarda, il Trasporto e il Transito di sant’Antonio, e a destra la Predica ai pesci, che avvenne a Rimini, quando gli abitanti non ascoltavano il Santo ed egli si rivolse ai pesci che accorsero in gran numero.

Questi dipinti, come pure gli altri della chiesa, sono espressione decisamente interessante di uno stile molto caratteristico che, ricercando semplicità e immediatezza, è stato a lungo poco apprezzato, e presenta invece tratti molto interessanti sotto l’aspetto artistico e sotto quello socioculturale: gli autori hanno rinunciato alla rievocazione storica dell’epoca antoniana, per mettere intorno al Santo uomini, donne e bambini dei primi anni del secolo ventesimo. I dipinti sono stati realizzati tra il 1934 e il 1939.

Le statue dei santi sono state realizzate della bottega Ballanti Graziani di Faenza.

La Via Crucis è di Armando Casadio.

Il campanile fu costruito nel 1928 su disegno di Camillo Uccelli. Il 13 giugno del 1930 il complesso venne solennemente proclamato Santuario Antoniano dal card. Nasalli Rocca che si adoperò anche perché papa Pio XII le conferisse il titolo di basilica minore nel 1932; nel 1966 la chiesa è stata eretta in parrocchia dal card. Giacomo Lercaro.

 All’ingresso nella Basilica, si trova una immagine di sant’Antonio con il Bambino Gesù, e un cartiglio riporta la famosa sequenza “SI QUAERIS MIRACULA”: la sequenza fu composta da Frate Giuliano da Spira (1232 ca.) per l’Ufficio ritmico dei conventi francescani, e viene recitata alla vigilia della festa del Santo, e ogni qualvolta si voglia trovare qualche cosa di smarrito, dalla fede alle forbici.

Si quaeris miracula,                          Se chiedi (ecco) i miracoli,

mors, error, calamitas,                      morte, errore, disgrazia,

daemon, lepra fugiunt;                      demoni, lebbra fuggono;

aegri surgunt sani.                             i malati si alzano guariti.

Cedunt mare, vincula;                       Il mare, i ceppi si aprono;

membra resque perditas                    sanità di membra e cose perdute

petunt et accipiunt                             chiedono e ottengono

iuvenes et cani.                                              giovani e vecchi.

Pereunt pericula,                               Sono annientati i pericoli,

cessat et necessitas;                           cessa ogni stato di necessità;

narrent hi qui sentiunt,                      lo narrino quelli che lo provano,

dicant paduani.                                              lo dicano i padovani

Il monumento al Santo, opera dello scultore Mario Bega – fratello del celebre architetto Melchiorre Bega – è stato collocato nel 1933 nella piazzetta antistante.

Nel secondo dopoguerra i frati francescani diedero vita all’Antoniano, centro promotore di attività caritative e sociali, collegando così tangibilmente l’opera del teologo alla carità del “pane di sant’Antonio”.

Basilica di San Petronio

E’ singolare che all’imbocco della Cappella Maggiore si trovino due statue marmoree secentesche di due santi patroni della città, san Francesco a sinistra dei riguardanti e sant’Antonio a destra, opera del 1620 di Girolamo Campagna.

Nella navata laterale di destra, la Cappella XIV è dedicata a sant’Antonio di Padova: già della famiglia Saraceni poi dei Copi, si tratta di una cappella che conserva un programma iconografico originario e intatto, opera cinquecentesca di Girolamo da Treviso che lavorò fra il 1524 e il 1526 per il mercante bolognese Giovanni Antonio di Girolamo Saraceni, e realizzò anche la grande statua del Santo sopra l’altare. Ai lati della statua del Santo, si trovano da sinistra a destra le rappresentazioni dei miracoli più noti, nell’ordine: 1, un bambino di pochi mesi riconosce il padre scagionando la madre da accuse ingiuste; 2,guarigione di una donna ferita mortalmente; 3, un bambino cade in un paiolo di acqua bollente e rimane illeso; 4,risurrezione di un bambino soffocato in culla, 5, Antonio riattacca un piede tranciato a un giovane; 6, Antonio interrompe il funerale di un varo e fa trovare il suo cuore è nel suo forziere; 7, un bambino portato morto al Santo viene risuscitato; 8, per confondere un eretico Antonio scaglia un bicchiere su di un sasso e il bicchiere resta intatto.

Sopra la sequenza dei miracoli, in due grandi dipinti ai lati della cappella, si vedono a sinistra la Morte di sant’Antonio e a destra la sua Canonizzazione di sant’Antonio. Sono opere di Fulgenzio Mondini, buon allievo del Guercino, del 1662, volute da Ferdinando Cospi.

Via Cesare Battisti angolo via Portanova

Una statua di sant’Antonio, di Giuseppe Ricci, si trova all’angolo tra via Cesare Battisti e via Portanova: è opera del sec XVIII in terracotta di circa un metro di altezza, collocata  su di un mensola tra il primo e il secondo piano di Palazzo Masetti, e coperta da un baldacchino.

Via del Porto

E’assai interessante la memoria del soggiorno di sant’Antonio a Bologna che si trova in via del Porto, accanto alla chiesa di San Carlo al Porto. Sopra una singolare colonna squadrata, è collocata la statua in marmo del Santo: e due epigrafi  illustrano i motivi del posizionamento del pilastro, che infatti è stato collocato nel 1970 a ricordo di uno precedente abbattuto dai bombardamenti della guerra. Si fa memoria di san Francesco e di sant’Antonio: a sinistra si legge:

 “Attiguo a questa chiesa – sorse il I convento francescano – in Bologna – detto di S. Maria delle Pugliole – glorioso di avere ospitato – negli anni 1221-1225 – maestro di sacra teologia – il Taumaturgo di Padova – 13 giugno 1906”

A destra, si legge:

“Il popolare Borgo di San Carlo-culla della devozione dei bolognesi- al Santo degli umili – attesta nel marmo al compatrono – un auspicio di continuata assistenza – il pio affetto sopravvissuto – all’infuriare delle guerre – 13 giugno 1970”.